

106. Le origini economiche dell'imperialismo.

Da: J. A. Hobson, Imperialism. A Study, George Allend E' Unwin
Ltd, London, 1902, in F. Catalano, Stato e societ nei secoli,
terzo, G. D'Anna, Messina-Firenze, 1966.

Il dibattito sul colonialismo imperialistico fu aperto nel 1902
con la pubblicazione del saggio Imperialism. A Study di John
Atkinson Hobson. L'economista britannico, legato agli
intellettuali progressisti della Societ fabiana, mise in risalto
le motivazioni economiche del fenomeno, evidenziando come
l'espansione coloniale rispondesse agli interessi dei grandi
centri di potere economico, che aspiravano alla ricerca di materie
prime a basso costo e di nuovi mercati per i loro prodotti e per i
loro capitali, ed erano capaci di esercitare un'efficace pressione
sui pubblici poteri.


L'imperialismo americano  il prodotto naturale della pressione
economica di un improvviso incremento del capitale, che non pu
trovare impiego in patria e ha bisogno di mercati stranieri per i
beni e per gli investimenti.
Le medesime necessit sussistono nei paesi europei e spingono,
come viene ammesso, i vari governi sulla medesima strada. La
sovrapproduzione nel senso di un eccessivo impianto della
produzione di manufatti e d'altra parte il surplus di capitali che
non riescono a trovare solidi e convenienti investimenti
all'interno del paese, costringono la Gran Bretagna, la Germania,
l'Olanda e la Francia, a piazzare parti sempre pi imponenti delle
proprie risorse economiche al di fuori dell'area della loro
attuale sovranit politica; il che stimola, in seguito, una
politica di espansione nel senso di annessioni delle nuove aree.
Le origini economiche di questo movimento vengono riportate alla
luce da periodiche depressioni degli scambi commerciali, dovute a
una incapacit da parte dei produttori di trovare mercati adeguati
e vantaggiosi per ci che essi sono in grado di produrre [...].
La Germania, al momento attuale, sta soffrendo gravi disagi in
conseguenza di [...] un grosso ingorgo di capitale e di capacit
produttiva nel settore dei manufatti: le occorrono quindi nuovi
mercati; i suoi consoli stanno agitandosi nel mondo intero in
favore degli scambi commerciali; con le buone e con le cattive si
arriva alla imposizione di rappresentanze commerciali in Asia
Minore, mentre nell'Africa Orientale e Occidentale, in Cina e
altrove l'impero tedesco  spinto verso una politica di
colonizzazione e di protettorati, in funzione di sbocchi per
l'energia commerciale tedesca.
Qualsiasi miglioramento nei sistemi di produzione, qualsiasi
concentrazione di propriet e di controllo sembra contribuire ad
accentuare questa tendenza. Dal momento che le nazioni entrano una
dopo l'altra nell'economia delle macchine e tutte adottano sistemi
industriali avanzati, diventa sempre pi difficile per i
produttori, per gli operatori commerciali, per i finanzieri
disporre con profitto delle proprie risorse economiche, sicch
essi sono sempre pi fortemente tentati di usare i rispettivi
governi al fine di assicurarsi per loro uso privato qualche remoto
e arretrato paese mediante annessione o protettorato.
Il processo, ci si dir,  inevitabile e tale in realt appare a
un esame superficiale. Dappertutto ci si presentano forze di
produzione in eccesso, dappertutto un eccesso di capitale in cerca
di investimento. Non c' uomo d'affari che non ammetta che
l'aumento del potere di produzione nel suo paese eccede la
corrispondente crescita dei consumi, che possono essere prodotte
quantit di beni maggiori di quelle che possano essere esitate con
profitto e che esiste un capitale in eccesso rispetto alle
possibilit di trovare investimenti remunerativi.
E' appunto questa situazione economica che costituisce la prima ed
essenziale radice dell'imperialismo. Se nel nostro paese i
consumatori elevassero il proprio livello di consumi cos da
tenere il passo con tutti gli aumenti del potere di produzione,
non potrebbe esserci nessun eccesso di beni o di capitale talmente
clamoroso da dover ricorrere all'imperialismo per trovare mercati:
esisterebbe, ben inteso, il commercio estero, ma non si
presenterebbe nessuna difficolt nel collocamento di modesti
surplus dei nostri produttori di manufatti contro i generi
alimentari e le materie prime che assorbiamo annualmente, e tutti
i risparmi che realizziamo potrebbero trovare redditizio impiego,
se lo volessimo, nelle nostre industrie nazionali.
